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Berlino-Washington, pietre sulla casa di vetro

Se abiti in una casa di vetro è meglio non mettersi a tiare pietre contro i vicini. C'è stato qualche ripensamento a Washington sulla polemica avviata con Berlino per la cattiva politica economica tedesca. Le argomentazioni macroeconomiche sono solide, ma certo il momento non è stato il migliore. Lo scandalo Datagate ha eroso la credibilità europea delle autorità americane. 

Ho parlato con l'autore del rapporto. Dice che si è trattata di una coincidenza sfortunata. Lui deve compilare il rapporto sui tassi di cambio entro il 15 ottobre, lo scandalo NSA è avvenuto dopo. Ma oramai è tardi per rimediare, bisogna ricondurre le critiche americane ad interessi comuni. Qui di seguito il mio editoriale uscito il 31.10 sul Sole.

Prima una breve analisi del Tesoro Usa, poi un più generico richiamo del Fondo monetario, hanno criticato la Germania per la scarsa considerazione dei disequilibri che essa alimenta nell'eurozona. Troppa competitività orientata al successo delle esportazioni danneggia il resto d'Europa, crea deflazione e ostacola una crescita globale equilibrata. Si tratta di un linguaggio che a Washington è comune, ma che a Bruxelles è ormai soffocato dal peso politico di Berlino. Il tema suscitato dagli americani dovrebbe invece diventare centrale in Europa, ma non per le ragioni esposte dal Tesoro Usa.

Ci sono certamente molte ragioni per criticare la politica economica tedesca. Il surplus nei conti con l'estero supera perfino i limiti molto laschi fissati dalla Commissione Ue nella sorveglianza degli squilibri macroeconomici. Il surplus strutturale del bilancio è di 1 o 2 punti di pil troppo alto, segno di una politica fiscale troppo restrittiva. Le riforme interne che renderebbero più dinamica la crescita potenziale sono ferme. Le liberalizzazioni dei servizi sono state spazzate sotto il tappeto. Tutto ciò frena la domanda interna tedesca e quindi gli effetti di stimolo al resto dell'euro area.

Tuttavia esistono anche ragioni per considerare che uno stimolo fiscale a Berlino non aiuterebbe molto gli altri paesi. L'effetto diretto (via export) sulle economie europee di un aumento del pil di un punto in Germania non sarebbe elevato: corrisponderebbe allo 0,015% di crescita in più in Italia e in Francia. Più basso ancora in Spagna, nullo in Grecia. L'effetto sarebbe sensibile invece nei paesi confinanti più integrati: Belgio, Olanda, Austria e Polonia.

Secondo uno studio condotto a Brookings, anche una politica dei redditi molto espansiva avrebbe dei limiti: per riequilibrare il divario commerciale tra Germania ed euro-partner i redditi dei lavoratori tedeschi dovrebbero aumentare di circa il 6% all'anno. Un'ipotesi che non trova riscontri nella storia del dopoguerra e che in Germania nessuno considera realistica, nemmeno il partito socialdemocratico favorevole ad alzare i salari. Inoltre l'inflazione entro l'euro area divergerebbe talmente da mettere in grave difficoltà la Bce.

Uno stimolo fiscale troverebbe poi un limite naturale se avvenisse qualora l'economia tedesca stesse già crescendo a un ritmo vicino al suo potenziale. Secondo il rapporto autunnale dei saggi (i consiglieri del governo di Berlino), il limite verrà toccato nella seconda metà del 2014 a seguito di un aumento della domanda interna (sia di consumi, sia – insolitamente – di investimenti). Come ben sanno i concorrenti italiani, il bassissimo costo del credito in Germania sta favorendo le produzioni locali e riportando l'economia tedesca a pieno ritmo.

Un ulteriore problema che rende poco desiderabile un forte stimolo fiscale in Germania è che gli effetti positivi arrivano all'estero non tanto attraverso la domanda di consumi delle famiglie, quanto da quella delle imprese nei confronti dei sub-fornitori. I consumi delle famiglie tedesche (auto, casa, elettrodomestici o servizi) sono soddisfatti spesso da produttori nazionali. In tal caso, augurarsi che la Germania diventi meno competitiva significa danneggiare anche le esportazioni delle imprese europee integrate nella catena di produzione. Da un punto di vista americano, questo è augurabile perché riduce la competitività complessiva dell'euro area. Ma da un punto di vista europeo, non lo è.

Il contributo tedesco a un riequilibrio dell'euro-area e quindi alla crescita globale, dovrebbe avvenire attraverso canali diversi. Essenzialmente offrendo le proprie garanzie fiscali per ristabilire condizioni favorevoli alla crescita europea: un aumento nella dotazione dei fondi di sviluppo europei; il finanziamento di piani di investimento comuni; l'istituzione di un fondo di garanzia comune per l'unione bancaria; l'accettazione di interventi ad-hoc della Banca centrale europea a favore della periferia; o, rompendo un tabù, l'emissione di euro-bonds. Come si vede proprio la preservazione del ruolo e delle caratteristiche dell'economia tedesca richiedono a Berlino un impegno più europeista.