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Contro i declinisti

Tra le forme di populismo c'è anche quella di chi dice che l'Italia è destinata a un declino irreversivibile. Considero questo atteggiamento populistico perchè si basa sul tipico linguaggio binario (il migliore dei mondi possibile oppure il peggiore dei mondi possibile). Come nella logica dei populisti, mancano ragionamenti condizionali, cerco di spiegarmi: l'analisi funziona per estrapolazione ("aumentano gli immigrati, quindi diventeremo tutti musulmani…", "i tedeschi ci pongono condizioni, quindi diventeremo servi della Germania…"). In termini matematici, con le estrapolazioni si tende a infinito. Forse è la vecchia cultura italiana che ci porta a credere a queste parabole.

Quello del declino irreversibile diventa un alibi per non cambiare il nostro modo di vedere il futuro del paese. Non è frutto di mancanza di fantasia, ma è una trappola ideologica.

Competit

Il grafico mostra l'andamento della competitività italiana negli ultimi 15 anni paragonata a quella di Francia, Germania e Spagna. Il declino non è evidente. Fino al 2007 era in corso un processo di trasformazione produttiva, lento e mal concepito, ma non irrilevante. Ma la demografia non ci condanna forse? Vogliamo pensare che ora sia troppo tardi per recuperare? Ragioniamoci. 

Siamo sicuri per esempio che i lavoratori che hanno perso il posto possano rientrare in occupazioni identiche a quelle che sono scomparse? Che le famose 32mila imprese annegate nella crisi possano rinascere facendo le stesse cose? Che si debba per forza competere con la Cina in ragione dei costi del lavoro?

Un solo esempio e nemmeno originale. Possiamo lasciare che il paese più bello del mondo sia così poco accogliente? Una cultura di "slow tourism" rivolta a milioni di turisti di tutto il mondo non sarebbe un'opportunità per offrire occupazione ad anziani attivi che vogliono partecipare alla condivisione dei valori culturali in senso lato del paese? Quanti schemi tra volontarietà del lavoro e retribuzione non pensionistica potrebbero crearsi? Quanti giovani, studenti e non, potrebbero diventare "proprietari" del paese? Non sarebbe forse un buon esercizio di "identità" che riconosce le radici nell'arte e nel bello e di accoglienza dello "straniero"? L'unica identità che ha senso per chi è italiano non è forse quella della diversità?