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Usa ed Europa: i dubbi di un pacifista

Lunedì era Memorial Day qui a Washington. E' il giorno in cui si commemorano i caduti americani delle guerre. 

Io sono un convinto pacifista. Ma sono andato ad Arlington – quel cimitero a Sud del Potomac che tutti abbiamo visto nei film, con prati sterminati di bianche croci ordinate. Quel giorno ogni pietra portava una bandiera e su ogni croce c'era una rosa rossa. 

Barack Obama ha tenuto un'orazione che era un inno e al tempo stesso un programma di politica della difesa. Ha ribadito le tappe del ritiro dall'Afghanistan. Ma il tono che lui ed ogni altro oratore hanno usato era quasi religioso, una celebrazione del sacrificio individuale per il bene della comunità, un inchino in soggezione al dolore delle vittime e un appello al dovere civile. Se devo essere sincero mi sono commosso. Per parole tanto ambiziose e al tempo stesso per la semplicità delle persone che le ascoltavano in shorts e sandali, nel loro dolore non mascherato.

Ho pensato con un brivido alla coppia Barroso e van Rompuy che tenevano un discorso simile in Europa, dove pure molte più ragioni ci sarebbero per mettere a nudo il dramma della guerra che per secoli ha colpito all'interno dei nostri confini – non all'esterno – e per farne il mito fondativo delle nostre comunità finalmente pacificate. 

A un convegno a Chicago ho sentito parlare i generali Colin Powell e Stanley Mc Crystal con una tale ispirazione da far vacillare la mia convinzione che gli americani siano bellicosi soprattutto perchè le industrie degli armamenti riescono a deformare il discorso pubblico e le loro lobbies si appropriano di schiere di senatori. Ho sempre pensato che il mio collega a Brookings, Robert Kagan avesse inventato in modo fraudolento la figura degli Stati Uniti come Marte e dell'Europa come Venere. Ma non ne sono più tanto sicuro. Continuo a credere che Kagan sbagli e che il discrimine non sia la guerra. Il punto è che per un europeo è semplicemente impossibile immaginare che il senso di comunità si possa esprimere in modo tanto coinvolgente anche se non si trattasse di guerra. 

Poche settimane fa al German Marshall Fund ho litigato con Francis Fukuyama, l'autore del famoso libro "La fine della Storia", perchè sosteneva che gli europei non avessero identità per il semplice fatto che non avevano mai combattuto insieme una guerra. E mai la avranno finchè non verseranno il loro sangue insieme. Secondo Fukuyama l'identità nasce dalla violenza. E' stato facile rispondegli che per la stessa esatta ragione, l'identità può nascere dalla pace.  

Pe ritrovare un po' di distanza da queste inquietudini ho guardato questo grafico pubblicato da Business Insider. Se non lo vedete compiutamente sullo schermo cliccate sopra e dovrebbe venire l'immagine intera

War

Il grafico indica il declino storico dei conflitti etnici (linea blu), di quelli "rivoluzionari" (linea verde) e di quelli tra Stati (la linea rossa). Dall'89 è evidente che i conflitti sono radicalmente diminuiti. Solo quelli tra gli Stati sono stabili o aumentati come conseguenza delle risposte militari americane in Iraq e in Afghanistan all'attacco di Al Qaeda. Anche se il primo effetto del grafico è consolatorio per la riduzione di due terzi dei conflitti dagli anni Ottanta, si vede anche che tra il '94 e oggi i conflitti sono triplicati. Possiamo discutere fino a notte sulle motivazioni (o meglio non motivazioni) della guerra in Iraq. Ma il vero dato di fatto evidenziato da questo grafico è che il volume di conflitti bellico è crollato negli ultimi decenni come conseguenza di un evento non bellico: la dissoluzione dell'impero sovietico e della Cortina di Ferro. 

 

Come dire che non sono le guerre a far finire le guerre. E almeno questo credo che l'Europa lo abbia capito più di qualsiasi altro paese.