Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Tecnici o politici in tempi di guerra

 

A proposito del dibattito sull'austerità, un grafico semplice semplice, elaborato da Carlo Cottarelli (FMI), su dove stiamo con il debito pubblico.

La linea rossa indica il livello del debito su pil delle economie avanzate. In pochi anni la crisi ci ha portato da un livello già storicamente alto a uno che è senza precedenti in tempi di pace. 

Fu superato solo ai tempi della seconda guerra mondiale. E anche questo è un termine di paragone scomodo. Dopo una guerra è facile tagliare il debito, perchè basta tagliare le spese militari. Dopo il '45 inoltre l'economia tendeva a crescere e gli sviluppi demografici ed occupazionali andavano nella giusta direzione. Infine il settore finanziario era sotto controllo – o come si dice adesso, °represso" – quindi difficilmente poteva mettere sotto pressione i debitori pubblici. Tutto il contrario adesso.

Storico

Non sappiamo quale sia il livello sostenibile di un debito. Sappiamo però che finanziarlo è oneroso. Rheinart-Rogoff possono aver screditato il loro studio, ma ve ne sono decine di altri che mostrano che un debito molto elevato rallenta l'economia negli anni successivi. Non ci sono dubbi di reverse causation. Basta il buon senso e un po' di algebra sulla differenza tra tassi d'interesse reali e tassi di crescita. 

L'aspetto che più mi colpisce del grafico è che esemplifica quella che a me sembra una sfida storica per le democrazie. E' infatti possibile per diversi governi aumentare i surplus strutturali di bilancio a un livello coerente con il calo del debito in un anno o due. Ma quello che è difficile è farlo per un periodo sufficientemente lungo da ridurre stabilmente un rapporto debito-pil alto quanto quello attuale: una decina d'anni. L'Italia lo sta facendo da vent'anni a fasi alterne e nel modo sbagliato, ma la società italiana è stata trasformata da questo sforzo e il livello di convivenza civile è molto deteriorato. 

D'altronde dopo diversi anni in cui un paese ha surplus di bilancio del 4-5% la fatica dell'aggiustamento diventa cronica, prevale un senso di impoverimento permanente, si riduce la propensione a investire e consumare, si produce isteresi economica e insofferenza politica. Un meccanismo costituzionale che garantisca l'impegno di bilancio per diversi anni – e lo dice uno che lo ha proposto… – potrebbe non essere sufficiente. Se fosse violato finirebbe addirittura per essere controproducente per le basi giuridiche dello Stato. Eppure senza un meccanismo giuridico, il ciclo elettorale giocherebbe contro l'aggiustamento: il ciclo elettorale è molto più breve di una decina d'anni. Come vediamo in Italia, il voto esprime la "fatica" degli elettori di fronte ai sacrifici, ogni nuovo governo verrebbe eletto con un mandato diverso da quello di chi lo ha preceduto. 

Lo vediamo in questi mesi in cui l'aggiustamento fiscale italiano – il surplus strutturale è stato raggiunto dalle manovre del governo Monti – è considerato troppo severo non solo dai partiti, ma perfino da economisti, come Alesina e Giavazzi, che avevano fatto dell'equivalenza ricardiana la loro teoria di riferimento. Il ministro Saccomanni invece ha capito che questo non è il momento per disperdere gli sforzi fatti finora. E' un modo di ragionare da policymaker con lo "sguardo lungo" anche se il mandato del governo sembra breve. Proprio per questo, con il passare del tempo bisogna che non si trovi nelle condizioni in cui si è trovato Mario Monti nell'autunno scorso e cioè abbandonato dai partiti prima e dall'opinione pubblica poi. 

Quello tra politiche lunghe e governi brevi è l'archetipo del problema che distingue tecnici e politici. Che le conseguenze rappresentino una sfida alla democrazia deve essere chiaro: l'aggiustamento fiscale infatti viene accelerato – come nel dicembre 2011 – solo sulla spinta di una crisi così grave da ammutolire i partiti. Quello però purtroppo è il momento in cui l'inasprimento fiscale fa più danni perchè l'economia è già troppo debole per sopportarlo. Così l'aggiustamento finisce per ritorcersi contro i tecnici chiamati a realizzarlo. I partiti, annichiliti dalla crisi, ne vengono resuscitati.

Ora che l'opzione dei "tecnici" è stata affossata, bisogna però vedere che cosa è capace di fare la politica. Se volessimo stabilizzare il debito a un livello pre-crisi entro il 2020 avremmo bisogno di un surplus primario stabile al 6%, ma non credo che la politica italiana sia in grado di garantirlo. Non credo in particolare che il vincolo europeo in queste condizioni resista alle tentazioni di violare il rigore unilateralmente.  

Ora, tutti siamo d'accordo che è opportuno rendere visibile il debito occulto: gli impegni di pagamento della P.A.. Su questo credo che sia solo questione di realismo agire in fretta. Ma proprio l'opportunità di uno stimolo forte come 80-100 miliardi di euro da immettere nell'economia non va sprecata. Anzichè discutere su un poco di disavanzo in più, credo che in Italia – anche nella politica – ci siano le persone giuste per proporre un accordo bipartisan per la revisione della qualità della spesa. Non si parla più di taglio delle province ma nemmeno di riorganizzazione della spesa. Se il bilancio dello Stato fosse tale da alleggerire la pressione fiscale sui lavoratori, da accompagnare gli investimenti privati e da provvedere a riqualificare il capitale umano, è possibile che i 100 miliardi verrebbero reinvestiti in Italia. Porterebbero quindi un rendimento elevato e duraturo. Potrebbero perfino trasformare il paese. 

La sfida è storica e tocca il cuore della confusa democrazia italiana. La cosa più paradossale d'altronde è che l'anti-politica ha rivalutato la politica e si è trasformata in anti-tecnica. Eppure l'Italia ha bisogno di un accordo di lunga durata – certo più lungo delle nostre fragili legislature –  per la revisione radicale della qualità della spesa pubblica. E' probabile che per farlo ci sia bisogno di una Convenzione per la riforma dello Stato.