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Il grafico dietro alla staffetta Letta-Renzi

La critica all'austerità è diventata una critica tout court all'Europa. Come se senza l'anima diabolica di Bruxelles, miracolosamente i debiti fossero infine rimessi ai debitori. Questa infantile illusione torna utile in tempi elettorali, quando risuonano slogan che fanno apparire austerità e riforme come una colonna sonora insopportabile e ripetitiva. Una predica che promette un paradiso per infelici, una salvezza priva di sollievo. Forse al fondo della nostra insofferenza c'è la metafora di Paul Celan sul “maestro tedesco” e la sua simbologia mortifera, ma anche i più lucidi ormai faticano a districare il giudizio sull'Europa dal linguaggio del sacrificio. Per molti anzi è istintivo alzarsi dalla sedia e rovesciare il banco.  

Non è sano d'altronde vivere tutta la propria esistenza nell'autocritica, o nell'espiazione pluridecennale dei debiti. Per questo accusare l'Europa ci dà sollievo. Proiettare le colpe su chi ci accusa, prima che l'ansia ci renda nevrotici, è umano, Ma non è detto che sia intelligente. Sembrava umano anche, all'ingresso nell'euro, allentare le pene dell'aggiustamento fiscale. Negli stessi anni il Belgio aveva un debito più alto di quello italiano, forze disintegrative che parevano fuori controllo, è rimasto senza governo per 535 giorni. Ma anziché frenare ha perseverato su rigore e riforme: già nel 2007 il debito belga era sceso all'84% del pil. La crisi alla fine ha solo sfiorato il Belgio mentre ha affossato l'Italia.

L'insofferenza italiana alla retorica europeista segue di pochi anni la rivolta nei confronti della politica e della casta. Tuttora il consenso per le istituzioni europee in Italia, pur in grave calo, è più alto del consenso per le istituzioni della democrazia nazionale. Il legame lo ha però colto istintivamente Matteo Renzi che nella campagna per le europee, sta trasformando il motto “cambiare l'Italia”, o “la svolta buona”, in “cambiare l'Europa”. Il bisogno italiano di un netto cambiamento di linguaggio nei confronti dell'Europa non è infatti solo propaganda, ma riflette una lezione costruttiva rimasta nascosta. 

La spiegazione è la fine della fiducia nei cicli dell'economia. Per decenni ogni recessione italiana è sempre stata seguita da una ripresa, benché sempre più debole. Era sufficiente attendere di agganciare la ripresa estera, o aspettare che gli stabilizzatori automatici funzionassero, e l'economia sarebbe tornata in equilibrio. Per questo abbiamo avuto capi di governo e ministri dell'economia che sottolineavano l'importanza della stabilità e della credibilità internazionale, attraverso una retorica europeista tradizionale. La stabilità era necessaria a non stravolgere i fattori del ciclo in vista della ripresa, mentre la credibilità era determinante a mantenere l'economia italiana aperta alla domanda estera e ai flussi di capitale internazionali che avrebbero innescato la risalita di consumi e investimenti.

Da quando Pigou ha formulato la teoria dei cicli, si è sempre visto un nesso tra pessimismo, calo degli investimenti e ciclo economico. Ma non avevamo esperienza degli effetti di un pessimismo così profondo, legato a rischi radicali come il default o l'uscita dall'euro, come quelli apparsi in Italia alla metà del 2011. L'incertezza sul futuro italiano è stata tale da far crollare gli investimenti di colpo senza successivi recuperi. Alla metà del 2011 in altre parole si è rotta la regolarità del ciclo economico. Quali conseguenze ciò porti per la politica economica, lo sa bene Mario Monti che insieme alle chiavi di Palazzo Chigi nel novembre 2011 si vide consegnare un paese in recessione. I suoi tentativi di riforma si impiantarono presto nel grave clima recessivo. La successiva politica di attesa, fondata sul modello tradizionale di “stabilità e credibilità”, e proseguita con Enrico Letta, non poteva più funzionare. La luce in fondo al tunnel, tanto attesa, non è mai arrivata. Tuttora l'economia è nove punti di pil sotto il livello di inizio crisi e permane l'incertezza su una ripresa al più modesta.

Dal punto di vista politico, la cosa più interessante è che i messaggi di “stabilità e credibilità” degli ultimi tempi – intesi appunto ad agganciare la ripresa estera – sono arrivati quando la crescita media del ciclo, dopo tre decenni di abbassamento regolare, è scesa sotto zero. Come si può vedere nel grafico in questa pagina, questo passaggio, a suo modo storico, è avvenuto esattamente all'inizio della crisi. Dal 2009, la media del ciclo economico scende sotto il livello di crescita zero. In tali condizioni, predicare stabilità e credibilità significava promettere nel migliore dei casi solo nuovo declino.

 

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Per gli attori politici rinunciare a una visione ciclica della realtà non è facile, si tratta di mettere in dubbio la stabilità del proprio stesso potere e il sottinteso di un progresso inevitabile di cui si nutre il determinismo ideologico che riconcilia le aspirazioni individuali col mondo esistente. Ma i cittadini hanno capito presto che la situazione che vivevano sulla loro pelle non era normale. Nel comportamento dei consumatori e degli investitori si esprimeva la paura di un arretramento strutturale nel livello di benessere. L'Italia, che aveva raggiunto venti anni fa un livello di reddito pari al 70% di quello americano, è scesa oggi al 60%. Un cambio di marcia della storia per un paese che veniva da lontano. Nel subconscio italiano ci deve essere un ricordo di povertà, visto che nel 1946 il livello di reddito era solo il 25% di quello americano. Di fronte a un arretramento strutturale di tale portata, predicare stabilità e credibilità è apparso come una provocazione conservatrice. Fuori dal governo infatti il linguaggio politico si è adeguato con proposte politiche altrettanto strutturali: l'uscita dall'euro, il nazionalismo autarchico, il paradigma della decrescita, o la rottura dei trattati fiscali. Non sorprende che la stessa retorica di Matteo Renzi sia stata raccolta dai cittadini proprio perché prometteva un cambiamento strutturale, una rottura radicale o nelle sue parole una “rottamazione”. In un'era in cui non c'è ragion sufficiente per attendere che la storia si raddrizzi da sé, il campo è adatto a chi chiede di dare almeno un calcio alle regole.

Tuttavia tutte le cause della rottura del ciclo economico italiano – il rischio di fine dell'euro, l'esplosione degli spread, il collasso del credito – necessitano di soluzioni non nazionali. C'è bisogno paradossalmente proprio dei requisiti di stabilità e di credibilità europeista per riattivare i flussi di finanziamento verso l'economia. Perfino quando la carenza di credito dipendesse da cause interne, la percepita debolezza di alcune banche italiane, la soluzione sarebbe nei nuovi istituti europei di regolazione e di assistenza. Difficile ricostruire la fiducia all'estero negli impegni europei dell'Italia se proprio l'Italia li mettesse in dubbio. Come conciliare dunque un messaggio rivoluzionario di cambiamento con uno di stabilità e credibilità europeista è il metro su cui si misurerà la qualità della politica italiana.