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La strategia di Merkel contro il populismo

Alle elezioni federali del settembre scorso a Hahnwald, un distretto benestante a Sud di Colonia, ha votato l'88% degli aventi diritto; nel distretto di Chorweiler a Nord di Colonia ha votato solo il 42%, meno della metà. Gli abitanti di Chorweiler non sono solo più disinteressati alla politica di quelli di Hahnwald: il numero dei disoccupati lì è cinque volte più alto, il numero dei poveri è 18 volte più alto, i cittadini privi di licenza scolastica sono più del doppio.

Il fenomeno delle società parallele, comune in America, è diventato tipico anche in Germania. A settembre, quasi 18 milioni di cittadini, un numero superiore agli elettori della Cdu, ha rinunciato a votare. Il 70% di loro aveva rinunciato già alle elezioni precedenti. Il maggior partito tedesco è composto da individui poveri, precari, poco istruiti e distaccatisi dalle scelte pubbliche. O almeno, distaccati finché anche in Germania, come è già successo in tutti i paesi confinanti, nessuno escluso, si farà strada un partito populista che sappia risvegliare questo gigante e la sua rabbia silenziosa.

Bisognerebbe avere in mente questa fotografia – o anche solo i pochi voti mancati al partito anti-euro “Alternativa per la Germania” per entrare in Parlamento – prima di liquidare il terzo mandato della cancelliera Merkel come la conferma dell'autocompiacimento di un paese che scoppia di salute e non ha bisogno di cambiare. Chi ha osservato la formazione del governo non poteva trattenere un lungo sbadiglio: una grande coalizione che controlla oltre l'80% dei seggi al Bundestag e fagocita ogni opposizione parlamentare; l'eccitazione elettorale soffocata da quasi tre mesi di trattative di coalizione; un “programma di governo” lungo 185 pagine e vuoto di sorprese; ministeri e competenze distribuiti senza colpi d'ala. I politici più noti del paese nominati Cancelliere, ministro delle Finanze e ministro degli Esteri, cariche che hanno tutti già ricoperto in passato.

Molti ne hanno concluso che la Germania sia colta da atarassia. E che dunque non ci siano le condizioni per quel coraggio, quella leadership e quei cambiamenti che i paesi vicini, l'Europa, il mondo intero, attendono da Berlino. Il trattato di coalizione nega ogni novità nella politica europea. La politica economica concordata non rilancia gli investimenti nel paese, non abbassa le barriere nella foresta pietrificata dei servizi tedeschi, ingrana la marcia indietro nelle riforme.

Ma a Chorweiler vedranno arrivare – dalla società parallela e misconosciuta della politica – salari minimi orari di 8,50 euro, cinque volte superiori a quelli che con scandalo erano stati scoperti nei nuovi Laender pochi mesi fa. Sigmar Gabriel, il segretario del partito socialdemocratico, parla di un governo per “la piccola gente”. Un modo per quietare la rabbia latente e sopire la minaccia del populismo. Come osserva una buffa elencazione dello “Spiegel”, Merkel e Gabriel hanno firmato un contratto di coalizione che promette “giustizia generazionale”, “giustizia delle opportunità”, “giusta offerta di istruzione”, “un ordine mondiale più giusto”, ma anche “una vecchiaia più giusta”, “una giustizia tra i generi” e infine “giusti diritti per gli animali”. Negli ultimi 40 anni la diseguaglianza tra i redditi dei tedeschi è molto aumentata. Fino ad oggi poteva essere solo l'effetto collaterale della trasformazione economica che ha rimesso in moto il paese. Ma in parallelo la distanza nella partecipazione politica tra ricchi e poveri è più che triplicata. Uno studio della fondazione Bertelsmann parla delle ultime elezioni come di un “voto precario” e di un risultato “non rappresentativo”.

La riforma del lavoro Hartz-IV, a cui vengono attribuiti i meriti del dinamismo economico, verrà temperata nei suoi aspetti più duri, le pensioni saranno più generose e l'età pensionabile verrà ridotta in alcuni casi. Secondo gli analisti finanziari si tratta di politiche sbagliate che non vanno nella direzione della crescita e del contrasto al declino demografico. Un analista di Deutsche Bank parla di “politiche regressive” che riportano ai tempi in cui la Germania era il “malato d'Europa”. Può darsi che sia un ritorno indietro, ma più probabilmente è un modo per evitare il contagio populista andando a cercare i principi solidali che facevano parte della Germania dal dopoguerra. Quando era difficile in un paese sconfitto dalle proprie colpe pensare di ricostruire le fondamenta sociali ed economiche basandole sulla distinzione permanente tra vincitori e perdenti.