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Il Contratto di coalizione Spd-Cdu

Carlo Bastasin

Dopo un prologo di altisonante europeismo, il “contratto di coalizione” tra i due maggiori partiti tedeschi, Cdu e Spd, riecheggia fedelmente le parole d'ordine che negli ultimi anni hanno scandito la linea della cancelliera Merkel: “Il principio in base al quale ogni paese membro è responsabile dei propri debiti deve essere mantenuto. La mutualizzazione dei debiti pubblici viene evitata. Gli aiuti finanziari nel contesto dei programmi di salvataggio europei possono essere garantiti solo come ultima ratio, nel caso in cui sia in pericolo la stabilità dell'euro-area nel suo complesso. Vogliamo inoltre che gli Stati in crisi partecipino in prima persona alle misure di superamento delle crisi utilizzando proprie risorse prima di ricevere assistenza finanziaria. Quest'ultima deve essere garantita solamente in cambio di impegni rigorosi di riforma e di risanamento fiscale da parte del paese”.

Il documento è provvisorio – e in teoria riservato – ma fin dalla versione preliminare l'osservatore esterno non può non rimanere stupito dall'adesione completa del partito socialdemocratico alla linea del partito cristiano-democratico. Guardando agli equilibri politici interni tedeschi, il cedimento dell'Spd a quello che alcuni suoi rappresentanti definivano “euro-egoismo” di Angela Merkel è molto più comprensibile. La Spd ha ottenuto corpose concessioni dalla Cdu in materia di politiche sociali, a cominciare dall'applicazione del salario minimo e dalla riforma delle regole di assunzione dei lavoratori meno garantiti. In cambio ha concesso alla cancelliera carta bianca nella prosecuzione della strategia europea. I due partiti si sono ripartiti i ruoli in base alla fotografia dei sondaggi che nella politica economica vece la Cdu premiata per come conduce i negoziati europei e l'Spd invece per come garantisce equità sociale.

Ma il gioco politico interno è anche più interessante. L'Spd è entrata nelle trattative con la Cdu dopo un risultato elettorale deprimente e con la prospettiva di uscire da una Grosse Koalition con le ossa rotte, come nel 2009. Ma grazie al forte orientamento sociale dell'agenda economica attuale sta aprendo la porta a una futura coalizione con la sinistra radicale (la Linke) oltre che con i Verdi. Già ora i tre partiti di sinistra avrebbero la maggioranza al Bundestag. Per l'Spd si tratta di costruire la prospettiva di una via di salvezza politica futura a fronte della frammentazione del panorama politico tedesco e della solidità recuperata invece dagli antagonisti cristiano-democratici.

Di fronte a questa abile strategia socialdemocratica, la cancelliera Merkel appare passiva. D'altronde era stata inerte anche durante la campagna elettorale e questo non le ha impedito di trionfare al voto federale. In un recente incontro con i giovani della Cdu, Merkel si è limitata a indicare come impegni centrali per il prossimo governo, una legge di integrazione per gli handicappati e un'iniziativa a tappeto per l'istruzione professionale nelle scuole. Ambizioni nobili, ma circoscritte, che hanno suscitato il sospetto che Merkel abbia in mente per sé un orizzonte breve, forse solo due anni. Per quanto smentito, questo scenario ha ravvivato l'appetito dei socialdemocratici per una coalizione alternativa a portata di mano.

Tornando al testo del trattato di coalizione, la retorica tradizionale della Germania europeista ispira le prime 25 righe in cui si riconosce che “l'integrazione europea rimane il compito più importante della Germania”. Un equilibrio studiato accompagna le “finanze pubbliche sostenibili” con “crescita e occupazione”, nonché la “responsabilità individuale degli Stati” con la “solidarietà e la democrazia europee”. Anche in questo caso c'è un'agenda politica interna da considerare. Cdu e Spd intendono contrapporsi l'un l'altra alle elezioni europee di giugno 2014 prosciugando però l'acqua a partiti del populismo anti-europeo. Per farlo propongono di modificare il sistema elettorale europeo e introdurre soglie di ingresso ai partiti minori.

La bozza di Trattato di coalizione riconosce inoltre che le cause della crisi europea sono molteplici, tra di esse elenca anche gli errori dei mercati finanziari, una timida concessione a chi ritiene che tra le cause primarie ci siano le banche tedesche. Ma non solo non si fa alcun cenno all'unione bancaria, il più importante progetto di integrazione in cantiere, ma nemmeno si cita lo squilibrio tedesco di bilancia dei pagamenti che la Commissione Ue ha messo all'indice e che per alcuni osservatori è la fonte macroeconomica degli investimenti finanziari sbagliati che hanno portato alla crisi.

In tema di banche si ribadisce il principio del “bail-in”: siano gli azionisti e i creditori a pagare il prezzo di un fallimento bancario e non lo Stato e i contribuenti. Un principio che come è noto è stato evitato nel caso irlandese e greco – perché avrebbe punito gli investitori tedeschi – ma applicato in quello cipriota. Nessun riferimento viene fatto a risorse finanziarie comuni nell'euro-area.

Infine in materia di coordinamento delle politiche economiche vengono indicati “accordi contrattuali di riforma legittimati democraticamente, vincolanti e realizzabili”, a cui si impegnano gli stati dell'euro con l'obiettivo di introdurre riforme che aumentino la loro competitività. Questi contratti, di cui da mesi si riferisce su queste colonne, dovranno a tempo debito entrare nei testi fondamentali dell'unione monetaria e quindi portare a una modifica dei Trattati. Altre iniziative richiamano quelle già previste dai Consigli Ue, in particolare da quello del giugno 2012 in cui per la prima volta l'Italia riuscì a ottenere che la crescita avesse un ruolo prioritario nell'azione comune.

twitter@CarloBastasin